15/06/2017

Per fare un albero, ci vuole un fiore…e un’ape!

“In questo mese di giugno le api lavorano a pieno regime – racconta Mauro Carboni, esperto di biodiversità vegetale – e così anche l’apicoltore che, mentre recupera il miele d’acacia e di tarassaco, deve sorvegliare i melari, stando attento alle ‘sciamature’. Potrebbe infatti succedere che l’ape regina ‘vecchia’ e gran parte delle sue fidate api operaie abbandonino l’alveare per sovraffollamento, allo scopo di fondare un’altra colonia.” Se dovesse accadere si cerca di recuperare l’ape regina che solitamente rimane in prossimità dell’alveare per alcun i giorni e le si prepara una nuova casetta. Le arnie ospitano nella parte superiore i melari: è qui che arrivano a depositare il miele solo le api operaie piccole e non la regina, che non riesce a passare perché più grossa. E’ in questa parte che l’apicoltore preleva i melari pieni di miele e ne aggiunge altri all’occorrenza. Il piano inferiore invece è quello riservato al nido.
Le api sono allevate da migliaia di anni per la produzione del buon miele. La più antica testimonianza dell’apicoltura? E’ giunta a noi dagli antichi Egizi e dopo di loro diversi popoli trassero lezioni dall’organizzazione sociale delle api davvero perfetta. Le operaie provvedono al reperimento e al trasporto del nettare e del polline, alla costruzione e pulizia del favo, alla nutrizione dei giovani e alla difesa dell’alveare. L’alveare è infatti  una delle strutture sociali più avanzate in natura, dove ogni elemento ha il suo compito, portando avanti con dedizione e passione il proprio lavoro, affinché tutto funzioni perfettamente e la vita della famiglia a cui appartiene prosegua e vada avanti. Sanno orientarsi con l’aiuto del paesaggio mentre in volo cercano cibo, ricordandosi la posizione di cinque campi di fiori, sanno anche quando è l’ora migliore per recuperare il polline, riconoscono l’odore della propria colonia e comunicano tra loro punto e distanza per una buona riserva. Ed è un mondo meraviglioso il loro, di sole femmine! Il maschio infatti muore dopo l’accoppiamento con l’ape regina. Un mondo che rischia di scomparire e che dobbiamo tutelare. La famosa frase di Einstein: “se l’ape scomparirà dalla Terra allora agli uomini rimarranno solo pochi anni di vita. Non più api, non più impollinazione, non più piante, non più animali, non più uomo” è assolutamente di primordine, che riporta l’urgenza di un intervento di tutela. Gli insetti impollinatori (che per la metà circa sono api), sono la base della biodiversità e della vita umana, in assenza dei quali non potremmo mai godere di ogni singola gioia alimentare che il nostro territorio ci offre. Le api contribuiscono in modo decisivo alla fecondazione del pianeta, entrano nel ciclo produttivo delle piante trasportando il polline dalla parte maschile a quella femminile: gli alberi e i fiori si riproducono in questo modo, con conseguenze catastrofiche sulle coltivazioni e non solo. E oggi il patrimonio apistico mondiale è messo a serio rischio a causa dei pesticidi: in Italia va un po’ meglio ma possiamo fare di più, le api hanno bisogno di noi. Ma anche i cambiamenti climatici in atto sono un’altra minaccia per la sopravvivenza di questi piccoli e fondamentali insetti. Alcune soluzioni creative per proteggere le api sono veri e propri “hotel” in cui questi insetti impollinatori possono sopravvivere e moltiplicarsi anche quando l’ambiente esterno è ostile a causa del riscaldamento globale, del freddo eccessivo invernale e dell’inquinamento, soprattutto quando si tratta di colonie di api che vivono in città. Per ultima una curiosità: perché i favi di un alveare sono a forma esagonale? Perché questa è la figura geometrica perfetta per non avere spreco di spazio: ha il più alto numero di lati per riempire uniformemente un piano e richiede perciò poca cera (ogni lato è in comune con una cella vicina), il miglior compromesso tra cerchio e poligono!