Associazione agricoltori
e allevatori custodi Parma
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Biodiversità è un termine oggi molto usato, a volte abusato. Ma cosa significa in realtà? La parola trae origine dal greco e si riferisce ai diversi modi con cui la natura si esprime sul nostro pianeta. Tutte le diverse specie animali e vegetali che vediamo ogni giorno sono frutto della biodiversità. Di questo grande patrimonio una parte è definita biodiversità agricola, ossia l’insieme delle varietà vegetali e razze animali che erano utilizzate un tempo in un determinato territorio e lo caratterizzavano poiché con esse si sono sviluppate tutte le tradizioni enogastronomiche, paesaggistiche, culturali e storiche di quel luogo e delle persone che lo vivevano. L’identità di un territorio si conserva anche attraverso i ricordi dei sapori e dei profumi legati ad un’epoca appena trascorsa. Ogni cibo, in sostanza, per lungo tempo ha mantenuto un collegamento evidente tra la cultura contadina che lo aveva originato e le proprie “doti” produttive; ad esempio, molte razze bovine locali erano contemporaneamente impiegate in usi differenti (produzione latte, carne e lavoro), o ancora molte denominazioni di frutti o animali autoctoni contengono chiare tracce del luogo di origine o dell’uso prevalente. Nel tempo recente l’evoluzione del modello di agricoltura dei paesi occidentali, ma non solo, ha portato a rendere marginale l’interesse e l’impiego delle varietà e delle razze locali. La necessità di standardizzare le produzioni, aumentare le rese e ottenere produzioni omogenee indifferentemente dal luogo di produzione, ha infatti determinato una notevole emarginazione del patrimonio genetico delle risorse autoctone. La Fao, per esempio, stima che nell’ultimo secolo siano scomparsi i tre quarti della biodiversità genetica delle colture agricole, tanto che attualmente l’alimentazione umana dipende solo da poche specie di piante, (solo con riso, frumento, mais, miglio e sorgo si alimenta il 60% della popolazione mondiale). Molte di queste varietà e razze sono oramai estinte, quindi perse per sempre, ma altre invece si sono conservate grazie agli agricoltori e allevatori custodi, persone che hanno saputo e voluto conservare questo antico patrimonio genetico fatto di profumi e sapori particolari. Parma è conosciuta nel mondo per la sua tradizione agroalimentare. Numerosi infatti sono i prodotti enogastronomici legati alla food valley. Non a caso è stata nominata città italiana della Gastronomia Unesco. Tutto questo successo è da attribuirsi non solo alla capacità degli artigiani trasformatori (casari, prosciuttai) e al territorio di coltivazione, ma anche grazie alla qualità del prodotto originale da cui si è partiti. Ingredienti, però, che oggi rischiano l’estinzione. Peraltro oggi, insieme a questa presa di coscienza, cresce in cittadini e istituzioni la consapevolezza che le risorse attualmente presenti sul territorio e costitutive della biodiversità locale, pur avendo subito una progressiva erosione, sono ancora in parte presenti e nella loro varietà costituiscono una ricchezza che può essere innanzitutto conosciuta, tutelata e promossa. Fortunatamente da alcuni anni un lavoro di recupero è stato eseguito da diverse realtà del territorio sia pubbliche che private che hanno portato ad una parziale valorizzazione di questo antico germoplasma. Esiste a Parma anche l’“Associazione di Allevatori e Agricoltori Custodi di Parma” che ha l’obiettivo di preservare e valorizzare questo patrimonio. Questo progetto di tutela della biodiversità continua e si sta sviluppando all’interno del Parco Rural di Rivalta di Lesignano dè Bagni, Parma, dove sono coltivate oltre 2.500 piante da frutto e viti di varietà antiche.
ENZO MELEGARI
Enzo Melegari ha insegnato per oltre trent’anni all’Istituto Tecnico Agrario Fabio Bocchialini di Parma ha dedicato la vita alla biodiversità soprattutto del mondo vegetale nella ricerca dei frutti antichi. Un lavoro lungo, costante, che ha portato dai primi anni ‘80 a battere a tappeto tutta la provincia di Parma, Piacenza e Reggio Emila alla ricerca di antichi patriarchi da frutto che sono stati salvati carpendo dai loro proprietari gli usi e le tradizioni enogastronomiche ad essi legati. Ogni varietà è stata poi salvata riproducendo con l’innesto queste antiche varietà in un campo catalogo presso la stessa scuola arrivando a collezionare oltre 700 varietà di frutta antica, una delle prime e più complete collezioni esistenti in Italia. Un precursore dello studio e del recupero della biodiversità. Tutto questo senza alcun ritorno economico, senza alcun riconoscimento, spesso ingiustamente criticato, ma spinto solo dall’amore per la ricerca, dall’amore per la conservazione del nostro patrimonio culturale rurale.