30/08/2017

Che belli i vigneti e le piante di biodiversità!

Rural Festival è anche tutela di piante e alberi un tempo presenti sul nostro territorio. Così, lo spazio dell’area protetta, dedicato al verde, ha registrato un progressivo implemento. Ecco spuntare, a memoria di un passato rurale, scandito dal lavoro nei campi e allietato dall’ombra generosa di chiome rigogliose e da arbusti carichi di bacche e frutti, ma anche a ben augurare un futuro più rispettoso della natura, esemplari di: carpino bianco, ontano nero, orniello e carpino nero, acero campestre, acero riccio, frassino. Ancora: pioppo nero, gelso nero e salice bianco. Accanto a essi, non mancano il cotogno, l’olivello spinoso (già diffuso nella cucina russa e in quella delle Fiandre, è oggi assai utilizzato nell’alta cucina d’autore italica), il prugnolo selvatico (quello dai cui frutti si ricava l’amatissimo liquore “bargnolino”), il ligustro comune, il corniolo, il sambuco, la fusaggine (berretta del prete) e fanno capolino pure la rosa canina, il viburno, il nocciolo, il noce, il cerro, il mandorlo, l’olmo e il sorbo le cui bacche raccolte in ottobre regalano il rinomato liquore “sorbolino”. E, forse ciò sarà una sorpresa per molti, in quel di Rivalta sono tornati gli olivi. Sono i figli del maestoso albero secolare, pare sia stato piantato addirittura nel 1200, che si trova sulle colline di Monchio di Mulazzano. Le olive prodotte rimandano per somiglianza a quelle afferenti alla cultivar Taggiasca. L’area protetta non finisce qui. Hanno trovato casa a Rivalta, anche oltre 25 specie differenti e ormai rare di vigne del territorio, recuperate col prezioso contributo di agricoltori e anziani della zona. Insieme, costituiscono una sorta di vigna-catalogo, in cui si riconoscono vitigni particolari come quelli di uva Termarina Rossa e Termarina Bianca, dai caratteristici grappoli ricchi di piccoli acini sferici e apireni (del tutto privi di “semini”): tra i più antichi vitigni recensiti nelle terre di Parma e Reggio Emilia. Accanto a vitigni più noti come Lambrusco, Fortana, Moscato, Trebbiano, figurano quelli di Malvasia Odorosissima, Santa Maria, Melara, Verdea, Tonda di San Secondo, Bergano Bianco, Bianchetta, Metica e ancora, Lugliatica, Bianca Rosa, Basmen, Crova, Crovetto, Falsa Crova, Termarona, Varan, Galuson, Monfra’, Artemino, Monterosso, Nusera, Nigrera e Bergano Rosso. Una panoramica nutrita di biodiversità! È il caso di dire: ‘Se ne vedono di tutti i colori’.: L’area protetta ospita anche diversi filari di pomodoro, tra cui il rinomato Riccio di Parma, cui fanno buona compagnia il Giallo Parma, il Ladino di Panocchia e il Violetta, tutti coltivati con il metodo “alla genovese”, un sistema molto antico di coltivazione che utilizza filo di ferro e pali di sostegno per le piantine. Un’altra curiosità è data dalla presenza della Canapa Sativa: una vera e propria pianta delle meraviglie di cui non si butta via nulla e che in altre zone d’Italia, come a Canepina (in provincia di Viterbo), oggi rivive una seconda giovinezza grazie alla volontà di alcuni giovani di rispolverare la tradizione. Coltura fondamentale nei tempi passati, è resistente, ecologica ed eterna: nella Pianura Padana veniva coltivata per la fibra tessile già in epoca romana e fino agli anni Cinquanta del Novecento, per poi essere gradualmente abbandonata perché meno conveniente rispetto ad altre fibre. Mai come in questo caso, “restare al verde” è buona cosa!